Overthinking

Penso debba essere davvero difficile parlare con una persona così. Caro lettore, forse ti starai chiedendo cosa significhi esattamente “una persona così”. Partiamo dal principio. Questa non è la storia di una persona, ma di tutte quelle ragazze e quei ragazzi che convivono quotidianamente con una difficoltà tanto silenziosa quanto rumorosa nella loro mente: l’overthinking.
Da dizionario, Overthinking (sostantivo):tendenza a pensare o analizzare eccessivamente una situazione, un problema o una decisione, spesso soffermandosi ripetutamente sugli stessi pensieri e rendendo più difficile giungere a una conclusione.
È una parola ormai molto diffusa. La leggiamo sui social, la sentiamo pronunciare dagli amici e spesso la utilizziamo quasi con leggerezza. Ma cosa significa davvero avere un amico, un’amica, un fidanzato o una fidanzata che vive così? E, soprattutto, cosa accade nella mente di una persona quando un pensiero apparentemente insignificante comincia lentamente a occupare tutto lo spazio disponibile?
Nella quotidianità, gran parte delle interazioni avviene ancora nei luoghi di sempre: a scuola, durante lo sport, in palestra, in un bar o attraverso incontri casuali. Ma oggi esiste un altro luogo nel quale trascorriamo una parte enorme delle nostre relazioni: uno spazio fatto di notifiche, visualizzati, like, messaggi cancellati e risposte che tardano ad arrivare. Le chat e i social sono diventati uno dei terreni più fertili per l’overthinking. È proprio lì che un semplice “ok”, due lettere che per qualcuno non significano assolutamente nulla, possono trasformarsi nella mente di qualcun altro in decine di domande: Perché ha risposto così? È successo qualcosa? È arrabbiato? Si è stancato? È cambiato qualcosa?
In questo breve articolo, però, non si vuole semplicemente spiegare cosa sia l’overthinking,il quale il significato è gia famoso, ma provare a descrivere quella sensazione più intima e profonda che nasce quando una risposta sembra diversa dal solito o, ancora peggio, quando una risposta non arriva affatto. All’inizio è soltanto un dubbio. Razionalmente si sa che probabilmente non è successo niente, che l’altra persona potrebbe essere impegnata, stanca o semplicemente distratta. Eppure, a volte, saperlo non basta. Passano i minuti, poi le ore, e quel piccolo dubbio comincia lentamente a diventare più grande.
A volte l’ansia passa da sola, quasi con la stessa rapidità con cui è arrivata. Altre volte, invece, cresce fino a diventare qualcosa di più difficile persino da definire: non più soltanto ansia, ma una preoccupazione continua, pesante, capace di occupare ogni angolo della mente. In alcuni momenti ci si può sentire quasi schiacciati tra due pareti che continuano ad avvicinarsi, senza riuscire a trovare abbastanza spazio per respirare o pensare ad altro. Può capitare allora di annullarsi per interi pomeriggi, aspettando semplicemente che quella sensazione passi, oppure di cercare rifugio nel sonno. Altre volte si fa esattamente il contrario: si riempie ogni minuto disponibile di attività, impegni, musica, sport, persone, qualsiasi cosa pur di non lasciare un momento vuoto nel quale quei pensieri possano tornare a farsi sentire. Perché, a volte, non si cerca davvero qualcosa da fare: si cerca soltanto qualcosa che faccia abbastanza rumore da coprire quello della propria mente.
Non è soltanto ansia. È la paura improvvisa che qualcosa possa essere cambiato senza essersene accorti, che ciò che fino a poche ore prima sembrava sicuro possa improvvisamente non esserlo più. La mente torna allora indietro, ripercorre conversazioni, parole e messaggi alla ricerca di un errore, di una frase sbagliata, di un dettaglio sfuggito. Si analizza il proprio comportamento, poi quello dell’altro, poi nuovamente il proprio, quasi come se, continuando a pensare abbastanza a lungo, da qualche parte dovesse necessariamente nascondersi una risposta.
Forse, però, la parte più difficile dell’overthinking è proprio ciò che accade dopo. La paura di perdere qualcuno può modificare il modo in cui si cerca di tenerlo vicino. Nasce il bisogno di continue rassicurazioni: una domanda in più, un altro messaggio, un “va tutto bene?” apparentemente innocente. Non necessariamente per controllare l’altro o metterlo sotto pressione, ma perché una risposta rassicurante riesce, almeno per qualche istante, a far tacere quel rumore incessante. Ciò che per una persona rappresenta una rassicurazione, però, per l’altra può trasformarsi in pressione. Le domande possono essere percepite come controllo, la paura come mancanza di fiducia e il bisogno di vicinanza come qualcosa da cui prendere le distanze.
È forse questo il paradosso più doloroso dell’overthinking: avere così tanta paura di perdere qualcuno da rischiare, senza volerlo, di spingerlo lontano. Non si vuole rovinare nulla, non si vuole chiedere troppo, non si vuole diventare un peso. E così diventa difficile persino capire se sia meglio parlare o rimanere in silenzio, chiedere o aspettare, fidarsi di ciò che si sa oppure ascoltare ciò che la mente continua incessantemente a suggerire. Alla fine rimane una delle sensazioni più amare: quella di aver forse rovinato un rapporto proprio mentre si cercava, con tutte le proprie forze, di proteggerlo.



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