Odissea, ma non come te l’aspetti

Alessio De Stefano IIC
Il mito di Ulisse torna sul grande schermo tra spettacolo, emozioni e qualche scelta
discutibile.
Ci sono storie che, nonostante siano state raccontate per secoli, riescono ancora a trovare un
modo nuovo per sorprendere. L’Odissea è sicuramente una di queste. Il regista del film,
Christopher Nolan, ha deciso di confrontarsi con un’opera enorme, conosciuta praticamente
da tutti e profondamente radicata nella nostra cultura, trasformandola in un film altrettanto
ambizioso e colossale.
Fin dalle prime scene si percepisce la grandezza della produzione. Uno degli aspetti che
colpisce di più è sicuramente la ricostruzione degli ambienti: il viaggio di Ulisse non sembra
svolgersi davanti a semplici scenografie, ma all’interno di luoghi realmente vissuti. Mare,
coste, isole, navi e paesaggi contribuiscono a dare concretezza a un racconto che, pur
appartenendo al mito sullo schermo, sembra quasi prendere vita.
Anche dal punto di vista visivo il film riesce a trasmettere perfettamente la dimensione epica
dell’Odissea. Nolan ricostruisce un viaggio immenso, pericoloso e apparentemente
interminabile. Ulisse attraversa luoghi completamente diversi tra loro, incontra creature e
personaggi che sembrano appartenere a mondi differenti e, nonostante tutto, mantiene
sempre un unico obiettivo: tornare a Itaca (il nostos). Proprio per questo, il film è avvincente
anche conoscendo già la storia. Non è tanto la curiosità di scoprire “come andrà a finire”
, che
in fin dei conti già tutti conosciamo, quanto quella di vedere in che modo episodi conosciuti da
quasi tremila anni possano essere trasformati in immagini e reinterpretati attraverso il cinema
contemporaneo. Ed è proprio qui, però, che possono nascere critiche, infatti ogni
adattamento comporta necessariamente delle scelte. Racchiudere i numerosi episodi,
personaggi e temi dell’opera omerica all’interno di un unico film ha necessariamente richiesto
una selezione.
Nolan ha proposto quindi la propria Odissea e, come ogni regista, ha scelto quali aspetti
conservare, quali modificare e quali eliminare. Infatti, i punti di vista sono soggettivi e alcune
di queste scelte riguardano momenti considerati fondamentali per l’identità stessa dell’opera e
di Ulisse.
Per esempio, nel poema, Ulisse, prigioniero nella grotta di Polifemo, gli dice di chiamarsi
“Nessuno” e dopo averlo accecato, Polifemo urla chiedendo aiuto e affermando che
“Nessuno” gli ha fatto del male. Gli altri Ciclopi, sentendolo, credono quindi che non stia
accadendo nulla e non intervengono. È una scena celebre, ma soprattutto racchiude
perfettamente una delle caratteristiche principali di Ulisse: “la Mètis”
, cioè la sua intelligenza
astuta, la capacità di salvarsi non soltanto grazie alla forza, ma soprattutto all’ingegno. Nel
film invece non si palesa questa virtù dell’eroe e Polifemo assume un ruolo molto piùsilenzioso e minaccioso. La scena rimane spettacolare, ma perde una parte importante del
significato originale, relativa all’Astuzia di Ulisse.
Un’altra importante differenza riguarda il finale e, in particolare, il riconoscimento di Ulisse da
parte di Penelope. Nel poema, come ricordiamo, Penelope non si lascia convincere
immediatamente da Ulisse, neanche dopo quanto accaduto durante la prova dell’arco,
quando soltanto lui riesce a tenderlo e a superare la sfida proposta ai Proci. Infatti, dopo
vent’anni di lontananza, la regina rimane prudente e mette ulteriormente alla prova l’uomo
che sostiene di essere suo marito, ordina quindi di spostare il loro letto matrimoniale; Ulisse
reagisce subito perché sa benissimo che quel letto non può essere spostato: lo aveva
costruito lui stesso intorno al tronco di un ulivo ancora radicato nel terreno. È un particolare
che soltanto loro due possono conoscere e proprio attraverso questo espediente Penelope ha
finalmente la certezza di trovarsi davanti al re di Itaca.
Sarebbe stata una scena significativa anche sul grande schermo, perché non avrebbe
rappresentato soltanto una legittimazione, ma avrebbe mostrato quanto anche Penelope sia
stata intelligente e prudente, creando una sorta di ultima prova della legittimazione di Ulisse.
Infine, anche l’episodio di Circe è stato ridimensionato. Nell’Odissea di Omero Ulisse riesce a
resistere all’incantesimo della maga grazie all’aiuto di Ermes, che gli dona l’erba magica
chiamata “Moly”
. Inoltre, il rapporto tra Ulisse e Circe è molto più complesso e la permanenza
presso la maga dura circa un anno, prima di riprendere il suo lunghissimo viaggio verso casa.
Naturalmente, queste differenze non hanno reso il film meno valido: un adattamento
cinematografico non deve necessariamente essere la copia esatta dell’opera da cui nasce,
anzi sarebbe stato anche poco interessante se si fosse limitato semplicemente a riprodurla.
Uno degli aspetti da apprezzare di più è proprio vedere come un regista americano sia
riuscito, dal proprio punto di vista, a immaginare, interpretare e trasformare in immagini, ciò
che per secoli è esistito tra le pagine di un’opera.
Noi l’Opera di Omero possiamo modificarla, reinterpretarla, trasformarla in un colossal
cinematografico, ma rimane e rimarrà per sempre un testo epico, intramontabile e più che



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