Ali spezzate
- Redazione Sisma

- 2 ore fa
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Un giorno vorrei che la scuola diventasse davvero un luogo in cui stare bene.
Un luogo capace di accogliere, ascoltare e valorizzare le persone, anziché ferirle.
La scuola è lo spazio in cui trascorriamo circa un quarto della nostra giornata: un ambiente che, nella nostra vita, rappresenta — che lo vogliamo o meno — un punto centrale. È lì che incontriamo amici, professori e collaboratori che, giorno dopo giorno, ci cambiano e ci segnano, nel bene o nel male.
Un giorno vorrei che la scuola fosse davvero in grado di ascoltare le menti brillanti che la popolano.
Vorrei che, fin dall’inizio, sapesse spronarci e incoraggiarci, senza lasciare che la nostra curiosità innata svanisca tra voti e compiti.
La scuola italiana forma studenti tra i più preparati e completi, capaci di distinguersi in ogni ambito: in ogni parte del mondo esiste un italiano competente.
Eppure, non contesto il sistema scolastico in sé, bensì il criterio secondo cui l’aspetto più completo della persona viene spesso trascurato, come se non fosse parte integrante della formazione.
Non si tratta di pretendere che un professore, già pienamente impegnato nel proprio ruolo e spesso già privato per altre attività delle sue ore, debba assumere compiti che non gli appartengono; si tratta piuttosto di riconoscere l’importanza di lasciare spazio, laddove possibile, alla crescita personale degli studenti, senza che questa venga soffocata.
Offrire questa possibilità non significa in alcun modo sostituire o ridimensionare gli impegni scolastici, ma integrarli, affinché la formazione risulti davvero completa e autentica.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: i bias, consapevoli o inconsapevoli, dei professori, che finiscono per influenzare il modo in cui gli studenti vengono osservati, compresi e valutati.
Non vorrei mai sentire un professore etichettare un ragazzo, eppure succede.
Non vorrei mai vedere un professore giudicare un ragazzo per come si veste, eppure succede.
Non vorrei mai vedere un professore accusare un ragazzo di essere troppo ambizioso, invitandolo a “mettere i piedi per terra”, eppure succede.
Non vorrei mai vedere un professore far sentire un alunno “stupido” solo perché DSA, eppure succede.
Non vorrei mai vedere un professore dire a un alunno di “volare basso”, eppure succede.
Non vorrei mai vedere un professore dire a un ragazzo di abbandonare le proprie passioni perché inutili o distraenti, eppure succede.
Non vorrei mai vedere un professore dire a un ragazzo che è un caso disperato, che non potrà mai migliorare, eppure succede.
Non vorrei mai vedere un professore credere a un alunno solo perché ha voti alti e dare automaticamente torto a chi ha voti più bassi, eppure succede.
Forse, lette così, queste frasi ci inorridiscono. Ci fanno quasi male, come se raccontassero una realtà che non dovrebbe esistere, una realtà lontana, quasi irreale, quasi un’invenzione dei ragazzi per giustificarsi.
Eppure esistono.
Ed è proprio da qui che nasce una domanda: com’è possibile che, mentre qui spesso non veniamo incentivati a credere in noi stessi e a “volare in grande”, in altri Stati ragazzi della nostra età — magari meno preparati dal punto di vista accademico — riescano ad aprire start-up, innovare e cambiare il mondo?
Lì il modo di pensare sembra diverso: si incoraggia a fare di più, a coltivare interessi, a dare valore alle idee e a contribuire attivamente al mondo.Forse una delle ragioni sta proprio nel modo in cui veniamo abituati a vivere la scuola fin da piccoli.Se fin dalle elementari impariamo che il nostro valore è legato principalmente a un numero, è inevitabile che, crescendo, perdiamo il contatto con l’interesse autentico.Molti ragazzi arrivano alle superiori avendo ormai perso la curiosità verso lo studio e verso ciò che li circonda, sia dentro che fuori dalla scuola.Questo perché il vero interesse non è mai stato realmente premiato: è stato sostituito da una logica di voti e risultati, che nel tempo finisce per spegnerlo.Qui, invece, troppo spesso accade il contrario.Non nego che la scuola italiana formi menti eccezionali. Ma, troppo spesso, tutto il resto — la creatività, le passioni, l’identità — passa in secondo piano, come se non fosse altrettanto importante.
Ed è proprio qui che nasce la mia riflessione finale:
forse la genialità e l’eccellenza italiana derivano proprio da questo sistema, e quindi è giusto lasciarlo così?
Oppure potremmo offrire molto di più, senza rinunciare alla qualità, ma aggiungendo ascolto, fiducia e spazio per crescere davvero?



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