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Testimonianza le “Nuotatrici"

  • Immagine del redattore: Redazione Sisma
    Redazione Sisma
  • 12 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Abbiamo svolto un lavoro di Educazione Civica con la Professoressa Tramontano, che

consisteva nella visione di gruppo del film" Le Nuotatrici". A seguito di questo progetto,abbiamo

discusso sulle tematiche e sugli avvenimenti che esso presenta, e abbiamo riscontrato che uno

dei momenti più toccanti è la scena in cui le protagoniste arrivano al cimitero dei salvagenti. Dal

momento che questo luogo esiste veramente, vicino al campo profughi di Lesbo, abbiamo

deciso di contattare una ragazza che conosciamo, che non solo ha visitato il cimitero dei

salvagenti ma è stata anche una volontaria nel campo profughi di Lesbo. Infatti gentilmente ci

ha mandato la sua testimonianza:Lesbo 2020

Il nostro viaggio è iniziato la notte del 1 gennaio, poco dopo che abbiamo separatamente

festeggiato il capodanno. 7 giovani che partivano da Napoli, una ragazza da Roma, e io.. che

quel viaggio nemmeno dovevo farlo.

Ho deciso di andare a Lesbo, sentendo per puro caso della missione. Un campo, persone da

tutto il mondo, bisogno di aiuto...

Feci una scommessa con me stessa. Il viaggio tutto veniva sui 400 euro, tra il volo l’alloggio e

qualche soldo per vivere lì.

Se i soldi che avevo messo da parte lavorando come baby sitter nei mesi precedenti sarebbero

bastati sarei partita, cercando di far capire ai miei genitori di quanto quel viaggio era importante

per me.

Quella sera stessa sono andata allo sportello delle poste, ho inserito la carta.. e ho atteso.

427 euro. Avrei fatto fatica, ma ce l’avevo fatta. Dovevo partire. Lo sentivo dentro di me.

Siamo partiti il primo gennaio. L’atterraggio a Lesbo è stato impressionante, sembrava di cadere

a mare. Fuori faceva freddo, ci hanno fatto i controlli, una delle valige non è arrivata. Abbiamo

fatto il reclamo, poi abbiamo preso due macchine e siamo partiti subito per andare a vedere il

campo di Moria.

L’inferno. Ripensandoci oggi solo così posso descrivere quello che abbiamo incontrato.

Scendendo dalle macchine abbiamo iniziato a camminare sul terreno gelato. Intorno a noi

c’erano delle tende che quasi volavano per il forte vento. Lenzuola appese a dei bastoncini.

Qualcuno cercava di farci vedere cosa c’era all’interno. Nulla.

Buste, il terreno nudo, una pentola. Famiglie intere che dormivano ammassati. Abbiamo

incontrato tre ragazzi di 14-15 anni. Uno di loro aveva la scabbia.

Le tende si trovavano tra i cespugli, più avanti, scendendo la colina c’era il campo vero e

proprio. Un quadrato recintato dal filo di ferro.

Lì dentro si trovavano 9 mila persone in uno spazio destinato

A 3 mila. Da lontano si vedevano file interminabili di persone che aspettavano il cibo. File per il

bagno.

Davanti c’era un muro con la scritta “Welcome to Prison” “ benvenuti in prigione”.

Le scritte e i dipinti che parlavano di morte e disperazione c’erano un po’ ovunque nella città.

Nel pomeriggio arrivarono le prime notizie di giovani ragazzi che avevano tentato di suicidarsi.

Ragazzi che aspettavano da mesi un permesso per uscire da lì.

E invece nessuno ascoltava a loro. Le loro storie venivano trattate come menzogne.

Rimanevano prigionieri senza una casa, al massimo a chi andava di lusso poteva dormire


qualche settimana in un container. Nessun lavoro. Nessuna speranza. Non c’era la scuola.

L’attesa che non portava ad altro che alla sofferenza e alla paura di rimanere ancora per anni lì

dentro.

Il campo è nato nel 2015, e io ho conosciuto una persona che ci stava lì da anni. Poul. Poul

aveva vissuto in Angola, per questo riuscivamo a comunicare in portoghese. Torturato nei campi

libici, stava aspettando solo di scappare anche da Moria. Erano mesi che era in contatto con la

Comunità di Sant’Egidio. Oggi lui si trova a Roma e lavora come operatore socio sanitario.

Sono riuscita a rincontrarlo. Vederlo a Roma e non più all’inferno è stata un’emozione

grandissima.

Ma torniamo al 2020. Cosa abbiamo fatto? Quando parti per una missione da fuori per qualcuno

puoi sembrare coraggioso. Quando lo vivi rischi di sentirti impotente. Siamo stati diversi giorni

nel campo, abbiamo provato a far ridere i bambini con la musica, abbiamo portato un gruppo di

adolescenti a fare una gita vicino al mare. Minori non accompagnati. ecco come erano chiamati.

Ragazzini di 15,16,17 anni. Che pazzi. Vivevano con la paura di non svegliarsi la mattina(

dentro al campo le persone giravano con i coltelli) e poi si svegliavano e con la luce del sole si

innamoravano anche. Nel campo sono nati i bambini, sono nati gli amori, le amicizie.

Il nostro compito era di dare dei bigliettini, sopratutto alle famiglie e alle persone disabili per poi

portarle a mangiare fuori dal campo a pranzo.

Era una scusa per conoscerli, perché essendo partiti con la Comunità di Sant’Egidio potevamo

segnalare le situazioni più fragili e farli partire con i corridoi umanitari. Bambini, donne, ragazzi

malati o in situazioni gravi che poi sarebbero potuti arrivare in Italia.

I corridoi umanitari sono un modo sicuro per far arrivare le persone senza rischiare la vita con i

barconi.

Un giorno siamo andati a vedere anche il cimitero dei salvagenti... una distesa di giubbotti

arancioni che erano appartenuti a chi aveva tentato di arrivare a Lesbo dalla Turchia che dista 9

km.

Qualcuno è riuscito ad arrivare qualcuno è affogato insieme ai sogni di una vita migliore. Era un

cimitero di sogni.

Chi mette i propri figli sul barcone lo fa per la disperaIone. Altrimenti nessuno lascerebbe morire

chi ama più della propria vita.

A Lesbo abbiamo conosciuto gli abitanti stanchi della situazione, per nulla facile, eppure

qualcuno lottava ogni giorno per aiutare il prossimo.

Tra questi c’erano Erik e Philipa, i fondatori di Hope Project. Un giorno siamo andati a visitare il

loro capannone, dove i migranti andavano non solo per mangiare, ma anche per ricostituire,

creare e contribuire.

Creavano dei quadri bellissimi, che poi venivano rivenduti per sostenere loro e il progetto. Lì

avevano accesso ai prodotti igienici, vestiti, scarpe e le cose di prima necessità, sopratutto chi

arrivava da poco e aveva l’opportunità di uscire da Moria almeno per qualche ora.

Quando siamo partiti il campo è stato incendiato.

Certo la migrazione non è terminata, ma almeno la vergogna dell’Europa è stata distrutta.


Di quei giorni mi porto il freddo. Le mani congelate dei bambini, i loro piedi scalzi che

calpestavano la terra. Gli occhi delle persone anziane. Il bagaglio culturale, il suono delle

lingue.. lo swahili, il portoghese, l’inglese, l’arabo.

Occhi delle donne dell’Iran che scappavano da una terra che non permetteva a loro di lavorare

o essere libere.

La speranza dei minori.

La voglia di vivere e superare i limiti, un po’ come nel film “ Le nuotatrici”.

Z. F.

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