Poca notizia ha fatto una vicenda che tristemente ricorda come anche i più basilari diritti civili delle donne, che da decenni sembrano inattaccabili, siano invece fragili persino nei paesi più sviluppati.
Ma andiamo per ordine: il fattaccio è accaduto negli Stati Uniti, più precisamente in Texas, il secondo Stato più grande del Paese che possiede leggi diverse rispetto agli altri, dove lo scorso primo settembre è stata introdotta una legge antiaborto approvata dalla Corte Conservatrice di Austin con l’appoggio della Corte Suprema (anch’essa tradizionalista e in opposizione col nuovo presidente Biden).
Ciò accade dopo quasi cinquant’anni di legislatura che consentiva un aborto fino alle ventidue settimane; oggi le settimane sono state ridotte a sei, quando per la madre è molto più difficile rilevare la gravidanza, dato che il cuore del bambino non batte ancora, per tal motivo la legge viene chiamata “Pro Heartbeat Law”.
Questa legge implicitamente antiaborto ha infiammato gli animi di donne, non solo texane ma anche di tutto il Paese, a cui, attraverso questo provvedimento, viene a mancare uno dei fondamentali diritti civili conquistati con la dura lotta di contestazione negli anni ’70. Il Texas è notoriamente uno stato repubblicano e conservatore, a favore delle armi e contro l’aborto, tuttavia le grandi città come Houston o Austin rappresentano la frangia riformista dello Stato, perciò è strano che proprio la Corte di Austin abbia deciso di approvare questa legge.
Le dimostranti sono anche arrivate sotto la Corte Suprema per manifestare ed esprimere il loro dissenso, dalla loro parte è anche il presidente Biden che ritiene la situazione indegna per una potenza globale quali sono gli U.S.A.
La televisione italiana ha fatto passare in sordina il fatto, tranne per le grandi manifestazioni nelle città americane, nonostante sia davvero grave: si comincia dall’aborto e poi quali altri diritti civili saranno sottratti alle donne americane?
Alessio Castaldi
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